Technimold.La casa delle stampanti 3d.

   Via Romairone 42/e rosso, posteggiamo la macchina davanti a una porta enorme, da quella porta escono le stampanti e i materiali di una delle leader mondiali della stampa 3d e, come brand, indubbiamente la più affascinante: Stratasys, la Apple della tecnologia additiva.

Technimold è l’importatore italiano di questi gioielli.

Lavoriamo in tutta Italia, anche se a Genova si fatica ancora un po’.

Alessio Caldano, amministratore e responsabile commerciale di Technimold, ci offre un caffé in una delle stanze che, come isole riscaldate, si trovano nel grande capannone.

In parte è colpa – o merito- suo se Astrati è nata. Fin dalle prime volte che Enrico è andato a parlargli l’ha incoraggiato e affascinato con tutti i “gioielli” stampati in 3d che adornano le vetrinette dei corridoi di Technimold.

Vi sono ingranaggi direttamente stampati già assemblati e funzionanti, magari di quel colore marrone chiaro che contraddistingue i prodotti fabbricati in ultem (plastica molto resistente, tanto da poter essere assimilata ad alcuni metalli), prove tecniche di design di rubinetti, volanti di automobili, maschere….

La Mojo, la piccola delle stampanti Stratasys, è appoggiata su un tavolinetto accanto alle tre sorelle più grandi: le Dimension. Dopo vi sono i fratelli maggiori di questa ricca famiglia, i Fortus, di cui il 450 mc è colui che estrude (ovvero fabbrica con ) l’ultem, quella plastica portentosa di cui scrivevo poco fa.

Vi sono delle officine che ormai stanno diventando tutte color ultem, prima erano color metallo ma stampando risparmiano tempo e denaro. C’è un’officina che deve provare i tubi che produce se sono conformi: per ogni tubo che costruisce deve fabbricare un apposito prova-tubi, fatto in stampa 3D basta cambiare le misure e lo stampi, costruirlo a mano ricominci sempre da capo. I fratelli Fortus sono grandi come dei frighi, all’interno un piano zigrinato accoglie il filamento che viene estruso e il supporto che lo aiuta nella costruzione delle geometrie. I supporti sono solubili e una volta sciolti creano gli spazi vuoti.

Adriano Biancato, tecnico specializzato e responsabile informatico, è dentro un’isola calda che ospita la Objet, la signorina della Stratasys, la cugina carina, quella che è sempre ben vestita e risponde a modo.

Le objet devono essere un po’ più curate, non che siano delicate ma hanno le loro esigenze. Basta metterle in una stanza adatta a loro il che vuol dire riscaldata e arieggiata, niente di più. Ogni volta che si usa bisogna pulirla e il programma del computer ti dice quando devi effettuare i controlli della macchina, si pulisce facilmente con un raschietto e un panno umido.

Apre il coperchio a vetro della objet (che si presenta come un tavolinetto da salotto) e fa mostra dei regali che ci ha stampato: sono in plastica trasparente ma ancora coperti dal materiale opaco di supporto.

Adriano stacca la riproduzione della facciata della cattedrale di Sidney e un ponte (ispirato al ponte di Calatrava). Prende il raschietto e gentilmente li stacca e li posa in un cestino di plastica. In 2 minuti compie la pulizia della macchina. Abbandoniamo la stanza riscaldata della signorina objet e ci dirigiamo all’idropulitrice che scioglie il supporto. Adriano, aiutato da uno spazzolino, pulisce ponte e facciata. 

 Caldano ci fa salire nel suo ufficio dove ci mostra un oggetto indefinito:

Cos’è?

Carbonio; il materiale di supporto delle fdm (le 3 sorelle) può essere utilizzato anche per creare degli stampi per la fibra di carbonio, o meglio dei core solubili da rivestire in fibra di carbonio, poi si scioglie e il carbonio rimane in forma.

Un mini-me di Paul McCartney canta sopra la sua scrivania.

La stampa 3d spiegata a mia nonna.

gatto b_nMia nonna è seduta sul divano in pelle della sala. Legge “TV Sorrisi e Canzoni” e controlla che quelli della televisione rispettino le programmazioni. Dal mega schermo piatto Riva di Sentieri è stata clonata.

  • Ma cosa è che fai di lavoro adesso?

Mi chiede inaspettatamente la nonna, la gatta salta dietro il divano mentre mia figlia la rincorre. La gatta è ben nascosta e mia figlia infila il braccio tra la carta da parati e lo schienale in pelle, cercando di stanarla.

  • Progettazione per la stampa 3d, nonna.
  • Stampa? E cosa stampi?
  • Qualunque cosa nonna, adesso stiamo progettando un prototipo per un chirurgo.

Mi alzo e cerco di distrarre la bimba con una pallina gialla, la gatta di mia nonna è piuttosto selvatica.

  • Ma stampi i disegni?
  • No, nonna, stampo proprio lo strumento che deve usare il chirurgo.
  • Ah, brava, brava.

La nonna mi sorride e riprende a leggere. Non ha capito.

  • Invece di stampare il disegno dalla stampante 3d esce un oggetto fatto e finito.

La nonna mi guarda con un sorriso vuoto.

  • Come se fosse scolpito.

Aggiungo.

  • Hanno inventato una stampante che scolpisce?
  • Hai bisogno di un mestolo nuovo? Io te lo progetto ( cioè Enrico e Andrea te lo progettano) e poi dalla stampante ti esce fuori il mestolo.
  • Il disegno?
  • No, no, proprio il mestolo per servire la minestra.
  • Di carta?
  • No, del materiale che vuoi: plastica, alluminio, nylon, gomma, resina.

La gatta è uscita da dietro il divano e si va a sedere in braccio alla nonna mentre la piccola Gilda si distrae ballando sulla pubblicità del formaggino Mio.

  • E ti sei comprata questa stampante qua?
  • No, nonna, non è che mi sono comprata questa stampante qua. Anche perché non è che con una stampante stampi tutte questi materiali e con la stessa precisione, per ogni materiale c’è bisogno di una stampante apposta è come… è come…

Questo concetto è abbastanza difficile spiegarlo normalmente, parlare della differenza di tecnologia tra una stampante auto-costruita in fdm che estrude filamenti di plastica e una macchina che cura attraverso degli elettroni in ambiente controllato delle polveri atomizzate di titanio è intuitiva, ma la gente solitamente spegne il cervello prima di aver finito di dire la parola tecnologia…  figurarsi una novantacinquenne.

  • Come voler cucinare la pasta nella padella.
  • Come nonna?
  • Quando ero in America la sorella della moglie di Jimmy voleva cuocere gli spaghetti in un padellino grande così, non ci cuocevi neanche due uova in un padellino così piccolo.

La nonna ha tutta la sua famiglia in California, a Monterrey. Migranti di inizio novecento.pentola

  • Io glielo dicevo: per cuocere la pasta ci vuole la pentola alta, per fare il sugo il tegame, per friggere la padella, ma lei niente: cuoceva tutto nel padellino per i “pampu kakies”.
  • Uguale nonna! Possiamo stampare tanti oggetti diversi e in materiali diversi utilizzando macchine diverse: alcune cuociono con un laser delle polveri, altre invece fanno scivolare della pasta morbida che si solidifica raffreddandosi…
  • Ma io non ho bisogno di un mestolo, ma di un coperchio.
  • E ti faccio un coperchio allora, di quali dimensioni?
  • Anche in ferro?
  • Sì, nonna. In alluminio, acciaio se vuoi. Esistono delle plastiche e delle resine che possono essere utilizzate al posto del metallo ed hanno la stessa resa, ma molto spesso la gente non ci crede.
  • Eh, come la zia Ciccina.
  • La zia Ciccina?

La zia Ciccina era la zia della nonna, marsalese.

  • Quando mia mamma è tornata in Italia con un catino di plastica per il bucato… da noi ancora non se ne vedevano in giro, roba americana… la zia Ciccina si è rifiutata di usarlo per anni. Diceva che si sarebbe rotto se ci si metteva dentro il bucato, che il catino di legno era meglio ma sai quanto pesava? Ci si spezzava la schiena a sollevarlo vuoto.

Gilda fa cucù alla gatta che affonda le sue unghie sulle ginocchia della nonna che le tira un pattone: la gatta vola contro il divano in pelle beige. La stanza si riempie della sigla di Sentieri.

Ricostruire il futuro strato su strato.

Questo spazio è rivolto  alle persone che si dedicano alla diffusione della stampa 3d e a quelle che sentono il bisogno di avvicinarvisi.

Ogni settimana verrà raccontata una storia di chi già lavora nel campo, con  le scoperte fatte e le difficoltà incontrate.

Perché? Che bisogno c’è di parlare di stampa 3d? Ne parlano tutti, non si parla d’altro… Tutti sappiamo che in Giappone è stata stampata una vagina e la sua autrice è stata arrestata, sappiamo che la Barilla vuole stampare la pasta e che astronauti e militari la stanno studiando per imbarcarla nelle loro navicelle… e  spesso ci troviamo  a pensare: “ va beh e a me cosa me ne importa,  tanto è una cosa che va nella stazione orbitale, cose da ingegneri, cose da nerd; oppure sono cose da ragazzini, per fare le cover dei cellulari… plastichette.”.  Tutto questo parlare non fa che aumentare il rumore di fondo della rete e ci toglie la possibilità di capire quanto e come questa tecnologia può aiutarci nel nostro lavoro e nella nostra vita; come possa aiutare la piccola e media impresa italiana, il nostro made in Italy.

L’Italia, vista da fuori i confini nazionali è un posto ricco di tradizione, di sapere anche manuale, di saper fare. Un bagaglio che spesso noi diamo per scontato. Vista dall’interno è un paese che può risultare fermo, vecchio, incancrenito e rallentato e le tecnologie additive possono dargli quella spinta che oggi gli manca.

Il motivo perché io ho deciso di fondare Astrati insieme ai miei colleghi  e dedicarmi alle tecnologie additive è che viviamo in una realtà, Italia del 2016, priva di futuro: nel mondo del lavoro, della politica e sopratutto delle politiche del lavoro. La nostra generazione viene considerata giovane, quando giovane non è più e questa definizione  inizia a suonare minacciosa. Abbiamo acquisito competenze, istruzione superiore e abbiamo bisogno di un futuro dove investire. Le tecnologie additive ci danno l’opportunità di costruire un futuro, strato su strato, differente da quello che ci era stato prospettato.

Astrati  vuole facilitare le imprese ad impossessarsi di queste tecnologie e aiutarle a competere sul  mercato internazionale: le multinazionali, i centri di ricerca medica o aerospaziale, così come le grandi società automobilistiche, hanno i loro poli di innovazione che si occupano delle possibili applicazioni della stampa 3D; anche la Cina ha stanziato un consistente investimento per la ricerca nelle tecnologie additive in modo da approfittare dei  vantaggi che essa offre.

Vorrei partire  dalla nostra città: Genova. Noi genovesi siamo famosi per il nostro mugugno, per la chiusura e la diffidenza verso gli altri e le novità ma siamo  anche imprenditori, naviganti, commercianti, inventori e scopritori che hanno fatto la storia. La domanda è : come è approdata la stampa 3d nella nostra città? Chi la utilizza già e chi la vorrebbe utilizzare? Lo scopriremo nei prossimi post.