Droni e utensili stampati in 3D

Sabato e domenica eravamo qua.villa Bombrini astrati

Villa Bombrini è una villa bellissima, costruita a metà del 1700 con tanto di scala imponente, grandi dipinti e giardino con laghetto e statue.

Le stanze che si affacciano lungo i corridoi sono tutti uffici dove lavorano aziende e partite iva che gravitano al mondo del cinema, fotografia, pubblicità e grafica.

Noi siamo qua perché siamo ospiti del D.A.S. (Droni, Ambiente e Sicurezza) con uno stand e un intervento al ciclo di conferenze dal nome: Manifattura additiva e ottimizzazione topologica.astrati das

Dove la leggerezza e la massima prestazione meccanica (ovvero una parte che pesa uguale ma che tiene di più o che pesa di meno e tiene uguale) può avere più senso se non su un drone dove ogni grammo di peso è una classe di volo diversa con relativi costi di assicurazione, obblighi normativi e divieti?

Dopo aver montato mi perdo nel giardino dove nel pomeriggio verranno fatti volare i droni.

Come sempre in queste occasioni vengo a scoprire un mare di cose (cosa serve un drone? che differenza c’è tra un drone grande e un drone piccolo? bisogna avere la patente? l’assicurazione per guidare un drone? Si possono portare dei defibrillatori con un drone? Bisogna chiedere dei permessi?)

Una delle cose che mi ha colpito di più sono state le prime foto fatte con drone della Lanterna di Genova. Sembra incredibile che fino a sabato 12 maggio non esistessero foto della Lanterna fatte con i droni (tecnologia che si utilizza per fare le foto dei matrimoni, oltre che per fare rilievi edilizi e per l’agricoltura intensiva.)

astrati bombrini

In stampa 3D si possono fare vari pezzi e pezzetti e alcuni ce ne hanno richiesti mentre il nostro occhio allenato ne ha visti diversi montati già su droni. La cosa buffa è che spesso l’utente dei droni, non conoscendo le diverse tecnologie 3D, non capisce il valore di una parte rispetto ad un’altra magari più colorata ma di definizione minore. Alla fine nella costruzione (e nella vendita) di un oggetto intercorrono tante cose e non sempre facilmente intuibili.

 

Contemporaneamente stiamo facendo dei lavori di post lavorazione importante con resine epossidiche o all’acqua, paciughi con polvere di marmo, collanti e colori vari. La prima cosa che ci siamo imbattuti è nella incapacità di mescolare bene le resine per piccole quantità. Se devi fare una statua di discrete dimensioni di resina ne mescoli a secchiate ma dovendo fare piccole quantità ci siamo trovati a buttare via un sacco di materiale. E qual’era il problema?  Perché dovevamo mescolarne sempre almeno un tot? Perché abbiamo un frullino che mescola bene al minimo un litro di resina per volta. Sì, ma se me ne serve meno? Mi costruisco il frullino.

E così abbiamo fatto.

Abbiamo disegnato il frullino prendendo come modello quello più grande che avevamo ma adattandolo come aggancio e grandezza al trapanino dremel che usiamo per pulire i modelli.

frullino

Il risultato è questo nuovo attrezzo che non esiste in commercio: un miscelatore per piccole quantità di resina per produrre piccole opere tridimensionali resinate e colorate.

 

Chi usa la stampa 3D e come la usa: i 5 errori più diffusi.

Ragazzini brufolosi e nerds? Scienziati e cervelloni in basi quasi spaziali? Casalinghe 4.0, l’ultima frontiera del découpage? Artigiani digitali? Architetti? Industria 4.0? Chi è l’utente medio della stampa 3D?

Secondo gli esperti come Mike Vasquez di 3Degrees e Rachael Gordon della Idtechex, solo il 13%  degli utilizzatori della stampa 3D sono hobbisty, il 14% del mercato è coperto dall’industria ( in realtà pochi marchi molto diversi tra loro che stanno facendo grandi investimenti), e il 73% è coperto da professionisti.

Un dato: Nei prossimi 3 anni avremo più del 10% dei prodotti su scala mondiale che saranno fabbricati con la stampa 3D.

Molte aziende o professionisti che abbiamo contattato sono interessati a queste nuove tecnologie, si entusiasmano di fronte alle potenzialità e alle libertà che permettono.

Cosa sappiamo: sappiamo che il 72% delle aziende che usa già questa tecnologia non sa come massimizzare al meglio il suo investimento e ne riesce a sfruttare solo per un 60% delle sue reali capacità. Perché?

Perché manca di conoscenza: conoscenza sulle tecnologie e sui vantaggi che queste offrono. Si parla di stampa 3D ma dietro questo nome c’è un mondo di tecnologie diverse: le tecnologie additive. Cerchiamo di vedere quali sono i 5 errori più diffusi e domandiamoci come non cadere in queste trappole.

  1. Il primo errore più diffuso è quello di comprare e utilizzare una tecnologia o un tipo di stampante 3D non adatta a quello che si vorrebbe fare. Ad esempio, se io sono il responsabile dell’ufficio marketing e desidero fare dei prototipi estetici del mio prodotto per farlo vedere ai clienti non posso mettermi in casa una macchina a FDM a bassa risoluzione. Certo potrò avere i filamenti colorati e anche al gusto birra ma i miei oggetti saranno monocolore (o bi-colore se ho un doppio estrusore) e con una definizione superficiale bassa e non dettagliati. Ma questa non è la sola stampa 3D esistente anche se è quella che utilizzano l’88% degli utilizzatori. Esistono almeno 7 grandi famiglie di stampa 3D e alcune di queste possono restituire un’ottima definizione superficiale come la SLA o le tecnologie a getto di inchiostro. Così quando IMG_0270la Posidonia (azienda leader nella produzione delle ancore e nel testaggio catene) ci ha chiesto di creare delle riproduzioni in scala delle sue ancore, la nostra scelta è andata sulla resina trasparente stampata in SLA (con due snodi mobili funzionanti). Le domande che quindi bisogna farsi prima di comprare una stampante 3D sono: “Qual’è il risultato che voglio ottenere? A cosa mi serve?”
  2. Utilizzare dei materiali non idonei. L’altro giorno mi hanno chiamato due clienti che desideravano due pezzi di ricambio per macchine fuori produzione. Il primo pezzo era la ruota dentata che muove il sedile di una vecchia Ferrari. Il secondo pezzo era la bocchetta dell’aria di una vecchia Fiat. Il prezzo di ri-progettazione e di stampa erano uguali quindi quello con la Ferrari ha accettato il preventivo senza battere ciglio e quello della Fiat ci deve pensare… comunque il fatto è che questi due pezzi hanno due caratteristiche che bisogna tenere presente: devono avere una buona resistenza meccanica e devono resistere al calore (pensiamo alla temperatura che raggiunge una macchina posteggiata sotto il sole). Quindi non potevamo stamparle alla stessa maniera delle ancore della Posidonia, dovevamo utilizzare un ABS stampato in FDM. I IMG_0894pezzi erano pochi, 4 per la Ferrari e 2 per la Fiat, quindi abbiamo dovuto escludere la Sinterizzazione laser a letto di polvere che invece stiamo utilizzando per la produzione di griglie e cerniere per un acquario per rane velenose del Madagargar. La domanda che mi devo fare è : “Quali sono i requisiti che devono avere i miei pezzi?”
  3. Chi progetta e/o chi realizza non è informato del cambio di tecnologia. E quindi ci si trova a voler stampare in 3D cose che sono state progettate per la fusione o le macchine a controllo numerico. E questo non va bene, tutto deve essere riprogettato per il nuovo sistema produttivo. Come per esempio il prototipo di endoscopio che abbiamo progettato per Endomed: la stampa 3D in questo caso è stata vincente sia per il ristretto numero di parti (prototipo, piccola serie di 15 pezzi, media serie da 800 pezzi) sia per i canali di insuflazione della CO2 che sono resi possibili dalla nuova tecnologia (difficilmente stampabili in maniera tradizionale). Persino le ancore di Posidonia le abbiamo dovute riprogettare per renderle stampabili. L’azienda ci aveva fornito i disegni di produzione delle parti, noi abbiamo creato un unico modello e aumentato le tolleranze in modo da stampare un unico assieme con parti mobili. (. In questo caso le domande sono: “Quali sono i requisti chiesti dal cliente? é più facile riprogettarlo o assemblarlo? Quanto risparmio di magazzino? O di trasporto?”
  4. Non viene concesso tempo, risorse e spazio alla nuova tecnologia. Uno dei luoghi comuni più frequenti è che la stampante 3D viene presa e messa su una scrivania (lo visto fare da degli architetti: “Ce l’hanno regalata…”) e poi lì abbandonata, si prova ad accendere un paio di volte in qualche momento morto della giornata ma poi il tram tram del lavoro “vero” fa finire la stampante 3d, dopo qualche settimana, sopra qualche armadio a prendere polvere. In poche parole si vorrebbe utilizzare come una stampante 2D ma il suo funzionamento non è così semplice (nonostante quello che dicono le case produttrici di stampanti 3D).  Le domande quindi sono: “Quanto voglio investire o quanto mi conviene esternalizzare? Quanto tempo risparmio facendolo in 3D? Quanto mi costa formare e impegnare una o più persone a fare questo? ”
  5. Non viene contemplata la post lavorazione. E questo crea degli oggetti non finiti, grezzi. Tutte le stampanti utilizzano materiali (dalle resine alle polveri di alluminio, passando per le plastiche) che sporcano, puzzano, abbisognano di carta-vetro o levigatrici, vernici o altro e questo è molto importante se si vogliono avere degli oggetti finiti. Per fare questo bisogna impegnare personale, denaro, spazi e competenze. Le domande quindi sono: “Riesco fin da ora a quantificare e qualificare il lavoro che devo svolgere in stampa 3D? E se sì, riesco a formare e coinvolgere diversi gruppi di lavoro?”

Questi sono i 5 errori  più diffusi e che scoraggiano maggiormente gli utilizzatori della stampa 3D.

Astrati nasce proprio con questo scopo: aiutare le aziende ad approcciarsi in maniera semplice e facile alla stampa 3D dandogli supporto per la progettazione e la produzione nella tecnologia additiva più idonea.

CFCSMmiamo oggi? +LAB brevetta una nuova tecnologia di stampa 3D

Di +Lab ne avevamo già parlato nel post sulla conferenza di Carrara indetta dall’AITA. Al Technology Hub di giugno ho incontrato l’ing. Gabriele Natale, un ragazzo sui venticinque anni, di Lecce, iscritto ad Ingegneria al Politecnico di Milano. Qualche tempo fa, questo ragazzo leccese ha presentato alla professoressa Levi il suo sogno di costruire lo scafo di una nave in tecnologia additiva, ovvero stampandolo direttamente in 3D.

– Si è già fatto! mi direte.

pussy boatCerto, se si pensa alle barca stampata da Jim Smith con 28 mattoncini simili alla lego o alla pussy-boat di Megumi Igarashi stampate in abs con tecnologia fdm, o alla Livrea 26, la figlia del vento, stampata in windform, un materiale composito a base di nylon caricato a carbonio stampato in sinterizzato laser.

Ma la cosa che distingue questi natanti da un natante costruito tradizionalmente è l’assenza di fibra lunga. Ancora più in generale quando si parla di materiali per la stampa 3D si parla sempre ed esclusivamente di materiali a fibra corta: il carbonio non è fibra di carbonio ma polvere di carbonio, il caricato vetro è con polvere di vetro e non con fibra di vetro, il kevlar è polvere di kevlar mescolato a materiali plastici e così via.

Quello che ha cercato e trovato Gabriele Natale insieme ai suoi colleghi di “3D compositi di stampa”, un ramo di + LAB, è una stampante che estrude la fibra lunga per realizzare una barca con una resa e una capacità del tutto similare a una barca costruita tradizionalmente.

La nuova tecnologia recentemente brevettata da +Lab si chiama: CFCSM! Lo so, non ha neanche una vocale e mi vedo i brillanti ingegneri del politecnico che al mattino si prendono il cappuccio:

-Ci CFCSMmiamo oggi?

cfcsm elicaComunque il suo nome completo è ” Continuous Fiber Composite Smart Manufacturing” e unisce la tecnologia FDM (quella a estrusione di filamento) con la Stereolitografia (ovvero la polimeralizzazione della resina attraverso un laser.
In questo processo le fibre lunghe vengono raccolti in bobine, imbevute di resina fotoattiva liquida e convogliate nella testa di un estrusore. L’estrusore possiede una corona di laser che polimerizzano (induriscono) la resina. A questo punto è il filo indurito che si tira a se il restante filo e quindi potremmo dire che il filo non viene estruso ma tirato.

Un’altra innovazione importante della CFCSM è che l’estrusore è montato su un braccio a 9 e più assi superando quindi la concezione del layer a un’unica direzione (elemento di fragilità notevole della tecnologia additiva tradizionale).
Il risultato è un manufatto ad alte prestazioni , in grado di sopportare carichi pesanti senza collassare come si può vedere da questo filmato.

cfcsm barcaL’Ing. Gabliele Natale mi ha portato nel retro dello stand di +LAB e mi ha mostrato l’oggetto che in questo momento gli sta più a cuore: lo scafo di una piccola barchetta lunga 7 cm.

-L’idea è quella di poter costruire l’anima dello scafo in 3D e poi poterla rivestire con i metodi tradizionali. L’estrusore è stato brevettato, ora ci vorranno un paio di anni di sperimentazioni.

Rimettendo via il suo gioiellino accuratamente avvolto nella carta e poi riposto in una borsa.

-Se poi non funziona me ne ritorno a Lecce e apro un baracchino.

OneTeam-soluzioni Autodesk in riva al lago

Nella sala granaio siamo in tre ad occuparci di tecnologie additive.

-Incredibile- mi dice Matteo di Sharebot, – Solitamente in queste occasioni sono solo!-

OneTeam quando fa le cose le fa bene: a Milano, dietro l’uscita dell’autostrada di Milano Binasco c’è un “altrove fatato”: campi, canali, boschi e lago incorniciano Cascina Boscaccio. Ed è qui che ogni anno One Team invita i suoi clienti per offrirgli una bella giornata fuori dalla città, un incontro con i suoi partner sparsi per l’Italia e approfondimenti sulle varie soluzioni  che Autodesk offre.

Nella sala Pavone si sono susseguiti gli incontri su tutto quello che riguarda il mondo BIM, REVIT e similari. Se non siete architetti, ingegneri, progettisti, impiantisti, costruttori e non avete a che fare con i lavori pubblici potete anche non sapere di cosa si sta parlando e alla parola BIM rispondere BUM e BAM, altrimenti preoccupatevi e scrivete una mail a questo indirizzo.

Nella Sala Glicine Nino Mazza spiega Traceparts e il suo fratello BIM&CO. Traceparts è una piattaforma collaborativa che contiene gli oggetti che possono servire a chi produce componenti meccanici: bisogna costruire un macchinario? Mi servono dei bulloni fatti così? Vado su Tracepats, mi cerco i miei bulloni fatti così, scelgo quelli che mi piacciono di più e ne scarico il modello 3D, prezzi, e materiale informativo. Allo stesso modo BIM&CO fa lo stesso con gli oggetti  relativi a  un impianto o un edificio: mi serve un calorifero fatto così? lo cerco su BIM&CO, comparo i prezzi, ne scelgo uno, lo inserisco nel mio modello intelligente (di REVIT per esempio).

Nella Sala del Lago Rosario spiega con la sua bella voce CFD e NASTRAN, due programmi di simulazione; uno per quella fluidodinamica e termica, l’altro di simulazione ad elementi finiti incorporato nel cad. Sullo schermo Rosario simula la resistenza di una visiera di un taglia-erba. Un signore in terza fila fa domande su domande. Fuori dalla finestra un breve temporale estivo rinfresca l’aria.

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Andrea di Astrati, OneTeamPoint della Liguria che ha il suo core nella Stampa 3D e nella progettazione per la stampa 3D,  ha appena finito di presentare FUSION 360, un programma di progettazione meccanica SOCIAL. In un mondo del lavoro sempre più fluido avere delle licenze di proprietà è anacronistico: se non esistono quasi più i lavori a tempo indeterminato perché dovrebbero esistere i software a tempo indeterminato, meglio un software a noleggio, sempre aggiornato, su cui si  può lavorare ovunque e in qualunque momento della giornata. FUSION 360 permette di progettare condividendo i file con i colleghi utilizzando una piattaforma che ricorda Facebook, con condivisione di file, segnalazioni, commenti, modifiche; puoi vedere e lavorare i file su qualunque hardware perché il programma è in cloud (ma lo puoi usare anche offline): telefono, tablet, pc, mac ecc… Si possono fare render, messe in tavola, simulazioni, animazioni e utilizzare diversi programmi correlati come mesh mixer e youprint o utilizzarlo per ottimizzare la produzione con le macchine a controllo numerico. La modellazione può essere sia solida che free form grazie all’innovativa tecnologia delle T-Splines, e tutto ad un costo molto contenuto.

In sala Granaio la Skorpion, la terza realtà di stampa 3D della giornata, è personificata in due belle ragazze sorridenti.

Noi di Astrati abbiamo un’esposizione di oggetti stampati in 7 diverse tecnologie: FDM e MULTYJET della Stratasys, grazie Technimold, la prima azienda italiana a distribuire stampanti 3D e sistemi di additive manufacturing Stratasys. Inoltre presentevamo prototipi in SLA e SLS, per le plastiche e DMLS, DM e EBM per i metalli. Accanto a noi Leica Geosystem mostra il suo scanner ambientale.

L’Elisa Romano arriva con il suo computer e i suoi riccioli biondi, sempre sorridente e  avvolgente:

  • Hai due minuti Arianna?

Due minuti e una montagna di domande, come sempre e come tutti visto l’incessante processione di gente che viene a chiedere una cosa ad Elisa.

Antonello Curti passa a ritmo costante portando con se sempre qualcuno da presentare a qualcun altro.

Arriva la sera. – Facciamo una foto in giardino tutti insieme?- Chi parla è Andrea Perego, figlio del fondatore di OneTeam, ingegnere lui stesso. – Verso il lago?- Sulle scale?- Chi fa la foto?- Io no, ci voglio essere. – Chiedete al cameriere.

Sul lago la luce diventa radente.

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GizMark- Marc di primavera 2016- Parte seconda.

Il Marc di primavera di quest’anno è stato, non solo la grande fiera dell’elettronica che segna uno degli appuntamenti della nostra città, ma anche GizMark.

Al centro della fiera vi era un luogo per coloro che si occupano di tecnologia a Genova, un luogo di divulgazione e di scambio dove si sono susseguiti molti interventi di buon livello. Manca nel programma il ricercatore-ingegnere Fabrizio Barberis che ha fatto un interessantissimo excursus sulla tecnologia additiva nel campo biomedico in quanto è stato aggiunto all’ultimo momento.Programma GizMark 2016

IMG_0411Il ricercatore-ingegnere Fabrizio Barberis ci ha fatto vedere l’evoluzione delle nuove protesi stampate in tecnologia additiva e gli ultimi esperimenti sui tessuti. Ha concluso il suo intervento parlando di bioetica e di come questa sarà uno degli argomenti caldi che presto ci troveremo ad affrontare. Intanto ho strappato un invito per andare a vedere le vene stampate nel suo laboratorio…

Il bello del Marc è che è un grande ritrovo di “smanettoni” di tutte le età e gradi, dai radioamatori agli appassionati di fotografia, giradischi o computer.

Noi, grazie a Technimold e a Selletek, abbiamo portato una vetrina degna di molte fiere internazionali di tecnologia additiva. Avevamo esposte ben 8 tecnologie differenti più un esempio di scansione per il reverse-engineering.

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ci ha fornito la tecnologia Stratasys e i suoi pezzi più eclatanti erano:

  • Un pezzo in metallo creato per fusione al cui fianco vi era un gemello stampato ricavato da scansione laser.

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  • Un pezzo di ala di aereo costruita in Ultem (materiale tecnico con prestazioni similari all’alluminio stampabile in tecnica FDM) al cui interno si intravedeva una struttura a nido d’ape.
  • Un orologio a manovella nelle due versioni, con i supporti (un pezzo solidale senza parti vuote) e senza supporti (là dove il supporto solubile è stato sciolto sono stati creati i vuoti per permettere il funzionamento del meccanismo).
  • Un esempio di stampo solubile per produrre core per il carbonio e molti altri.

Logo-Selltek-Stampanti-3D-professionali     ci ha fornito la tecnologia 3DSystem e 3DP.

La 3DP è una macchina FDM che produce oggetti grandi fino a un metro e mezzo per un metro e mezzo! La 3D System non ha bisogno di grandi presentazioni in quanto è, assieme a Stratasys, la protagonista della stampa 3D.

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I pezzi più belli che avevamo erano oggetti stampati in tecnologia Objet, ovvero gesso misto collante e colore.

Per la tecnologia Multijet Selltek ci ha dato da esporre dei filtri che dimostravano  l’alta precisione alla quale si può arrivare, tra cui quelli della Lavazza, e una grossa leva di un freno, oltre a tappi, bracciali e anelli.

Nel nostro stand era presente, inoltre, uno schermo sul quale mostravamo l’utilizzo dei software, Fusion 360 e Inventor, di Autodesk, per la progettazione additiva.

I miei interventi sul palco erano incentrati, il primo, sul mostrare le diverse tecnologie e come queste non si soppiantino a vicenda ma invece si moltiplicano trovando nuovi campi di applicazione; il secondo sui vantaggi di una progettazione appositamente pensata per la stampa attraverso l’ottimizzazione topologica.

 

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Come è stato accolta la tecnologia additiva? I più erano curiosi, interessati e strabiliati nel vedere la precisione e la varietà data dalle diverse tecnologie. Nessuno aveva mai visto i metalli. I più acculturati sulla stampa 3D erano i più meravigliati: gente che aveva una stampante consumer o in ufficio o a casa che per la prima volta capiva perché non riusciva ad ottenere quello che desiderava. Spesso solamente perché provavano ad ottenere con una FDM ciò che si può ottenere solo con una SLA o una polyjet. La più grande tristezza invece me l’ha data un signore che, invitandolo a vedere lo stand mi ha risposto: – No, io vado solo ai FAB LAB. – Come se ci fosse un conflitto tra i FAB LAB e il resto del mondo.

 

Un ragazzino di tredici anni si è avvicinato allo schermo dove mostravamo i modelli costruiti in Fusion. – Io uso Skech up, ma non vengono bene. Questo cosa è?- Enrico gli spiega, lui ringrazia, dopo un’oretta torna con un amico a fargli vedere. Enrico li guarda con soddisfazione.

Ora bisogna preparare l’edizione di Dicembre e sarebbe bello creare una sinergia tra le università, che erano presenti e propositive, con i licei e gli istituti superiori, oltre che con le aziende e il tessuto produttivo della nostra città.
Perché la tecnologia è una parte importante della cultura della nostra città.

 

La stampa 3d spiegata a mia nonna.

gatto b_nMia nonna è seduta sul divano in pelle della sala. Legge “TV Sorrisi e Canzoni” e controlla che quelli della televisione rispettino le programmazioni. Dal mega schermo piatto Riva di Sentieri è stata clonata.

  • Ma cosa è che fai di lavoro adesso?

Mi chiede inaspettatamente la nonna, la gatta salta dietro il divano mentre mia figlia la rincorre. La gatta è ben nascosta e mia figlia infila il braccio tra la carta da parati e lo schienale in pelle, cercando di stanarla.

  • Progettazione per la stampa 3d, nonna.
  • Stampa? E cosa stampi?
  • Qualunque cosa nonna, adesso stiamo progettando un prototipo per un chirurgo.

Mi alzo e cerco di distrarre la bimba con una pallina gialla, la gatta di mia nonna è piuttosto selvatica.

  • Ma stampi i disegni?
  • No, nonna, stampo proprio lo strumento che deve usare il chirurgo.
  • Ah, brava, brava.

La nonna mi sorride e riprende a leggere. Non ha capito.

  • Invece di stampare il disegno dalla stampante 3d esce un oggetto fatto e finito.

La nonna mi guarda con un sorriso vuoto.

  • Come se fosse scolpito.

Aggiungo.

  • Hanno inventato una stampante che scolpisce?
  • Hai bisogno di un mestolo nuovo? Io te lo progetto ( cioè Enrico e Andrea te lo progettano) e poi dalla stampante ti esce fuori il mestolo.
  • Il disegno?
  • No, no, proprio il mestolo per servire la minestra.
  • Di carta?
  • No, del materiale che vuoi: plastica, alluminio, nylon, gomma, resina.

La gatta è uscita da dietro il divano e si va a sedere in braccio alla nonna mentre la piccola Gilda si distrae ballando sulla pubblicità del formaggino Mio.

  • E ti sei comprata questa stampante qua?
  • No, nonna, non è che mi sono comprata questa stampante qua. Anche perché non è che con una stampante stampi tutte questi materiali e con la stessa precisione, per ogni materiale c’è bisogno di una stampante apposta è come… è come…

Questo concetto è abbastanza difficile spiegarlo normalmente, parlare della differenza di tecnologia tra una stampante auto-costruita in fdm che estrude filamenti di plastica e una macchina che cura attraverso degli elettroni in ambiente controllato delle polveri atomizzate di titanio è intuitiva, ma la gente solitamente spegne il cervello prima di aver finito di dire la parola tecnologia…  figurarsi una novantacinquenne.

  • Come voler cucinare la pasta nella padella.
  • Come nonna?
  • Quando ero in America la sorella della moglie di Jimmy voleva cuocere gli spaghetti in un padellino grande così, non ci cuocevi neanche due uova in un padellino così piccolo.

La nonna ha tutta la sua famiglia in California, a Monterrey. Migranti di inizio novecento.pentola

  • Io glielo dicevo: per cuocere la pasta ci vuole la pentola alta, per fare il sugo il tegame, per friggere la padella, ma lei niente: cuoceva tutto nel padellino per i “pampu kakies”.
  • Uguale nonna! Possiamo stampare tanti oggetti diversi e in materiali diversi utilizzando macchine diverse: alcune cuociono con un laser delle polveri, altre invece fanno scivolare della pasta morbida che si solidifica raffreddandosi…
  • Ma io non ho bisogno di un mestolo, ma di un coperchio.
  • E ti faccio un coperchio allora, di quali dimensioni?
  • Anche in ferro?
  • Sì, nonna. In alluminio, acciaio se vuoi. Esistono delle plastiche e delle resine che possono essere utilizzate al posto del metallo ed hanno la stessa resa, ma molto spesso la gente non ci crede.
  • Eh, come la zia Ciccina.
  • La zia Ciccina?

La zia Ciccina era la zia della nonna, marsalese.

  • Quando mia mamma è tornata in Italia con un catino di plastica per il bucato… da noi ancora non se ne vedevano in giro, roba americana… la zia Ciccina si è rifiutata di usarlo per anni. Diceva che si sarebbe rotto se ci si metteva dentro il bucato, che il catino di legno era meglio ma sai quanto pesava? Ci si spezzava la schiena a sollevarlo vuoto.

Gilda fa cucù alla gatta che affonda le sue unghie sulle ginocchia della nonna che le tira un pattone: la gatta vola contro il divano in pelle beige. La stanza si riempie della sigla di Sentieri.